|
Gianfranco Bottazzi, sociologo, professore ordinario di Sociologia dei processi economici e del lavoro presso la Facoltà di Scienze politiche di Cagliari, di cui è stato anche preside dal 1996 al 2002. Presidente del corso di laurea in Scienze dell’Amministrazione di Cagliari e Nuoro dal 2003 al 2006, da sempre si occupa dei temi dello sviluppo locale. E' stato a capo della SFIRS dal 2004 al 2009. Da oltre 20 anni è uno dei tanti “Capoterresi d'adozione”.
Professore, vorremmo provare con lei a costruire un ragionamento sulla “amministrazione possibile”, cercare di capire se esiste un approccio con cui la società possa interagire con le dinamiche economiche senza esserne travolti.
Lo scenario regionale in cui ci troviamo inseriti vede una crisi strutturale del tessuto produttivo le cui ricadute in termini occupazionali e di reddito devono ancora arrivare. Quali sono i punti chiave? Come si puo'affrontare questa situazione? La crisi del tessuto produttivo sardo è fondamentalmente la crisi della grande industria, che negli anni ’60 era arrivata in Sardegna perché erano disponibili spazi adeguati, incentivi consistenti e scarsa sensibilità all’impatto ambientale di grandi insediamenti industriali. Le condizioni di favore non esistono più e dunque la Sardegna non è più un luogo particolarmente appetibile, anzi, le condizioni di insularità e i costi che sono quelli del mondo sviluppato spingono le grandi industrie ad andarsene. D’altronde, quello a cui assistiamo è la crisi di tutto un paradigma industriale, quello fordista, fatto di grandi dimensioni, produzioni standardizzate, economie di scala. Si tratta di una crisi che altrove è già stata vissuta e che in Sardegna è comunque nella sua fase terminale. Nel mondo globalizzato, che senso ha che la bauxite (che la Sardegna non produce) venga portata dall’Australia per essere lavorata a Portovesme? E questo quando appunto non sono più possibili trattamenti di favore che abbattano i costi di produzione dell’Alcoa? Forse l’unico caso differente, nel panorama industriale sardo, è quello della Saras: non si tratta di una multinazionale e l’insediamento di Sarroch è il suo fiore all’occhiello, non sembra comunque in crisi di produzione e, ad ogni modo, sebbene occorra sempre considerare gli eventuali effetti nocivi sull’ambiente e sulla popolazione, ormai c’è. Oserei dire che ormai fa parte del paesaggio. Per fare un esempio su cosa intendo per crisi del modello fordista, si guardi ad esempio alla Legler. Possedeva in Sardegna tre stabilimenti, ma la parte più nobile della produzione, quella a più alto valore aggiunto veniva realizzata presso Bergamo. Gli stabilimenti sardi di Macomer, Ottana e Siniscola hanno ricevuto vagoni di soldi pubblici per restare aperti. Al di là di una gestione coloniale da parte del vertice della società, il vero elemento che ha decretato la crisi della Legler è stato il suo modello produttivo: per anni ha prodotto grandi quantità di tessuto denim (tela per jeans) tutto uguale, ossia con caratteristiche standardizzate seppure di buona qualità. Questa modalità di produzione è diventata obsoleta. Oggi il mercato richiede una flessibilità produttiva che quel tipo di industria non può offrire, richiede minore quantità e con diverse qualità di tessuto. Se poi si aggiunge la concorrenza proveniente dai paesi emergenti, con un costo del lavoro molto più basso, la competizione diventa impossibile. Si poteva innovare, ma per innovare ci vogliono investimenti e imprenditori adeguati. Un'ipotesi di riconversione dei tessuti produttivi esistenti potrebbe essere quella di indirizzarli verso l'offerta al mercato di prodotti di nicchia, piuttosto che di largo consumo? Prodotti di nicchia e prodotti innovativi. Ma per questo occorre la capacità di visione strategica, tempo, finanziamenti e imprenditorialità. C’è da dire che l’imprenditorialità italiana – e quella sarda non fa eccezioni – è sempre molto restia a investire capitali di tasca propria. Per restare al caso Legler, un'idea sarebbe stata quella della riconversione orientata alla lavorazione delle fibre sintetiche e sulle fibre di carbonio. Ma anche trovando un imprenditore capace di assumere la sfida, non si può non considerare che l’innovazione ha bisogno di un sistema formativo e universitario di alto livello, perché sempre più la produzione competitiva si appoggia a un ambiente circostante attrattivo perché dispone di un capitale umano di prima scelta. É la formazione professionale di alto livello, è l’istruzione universitaria e la ricerca, per esempio delle facoltà di ingegneria nel caso delle fibre di carbonio, che dovrebbero supportare scelte imprenditoriali altamente innovative. Se pensiamo a come in Sardegna si sia dissipato quel patrimonio di ricerca e di esperienza – di eccellenza mondiale - che si era costruito nel tempo attorno alle attività minerarie, viene da essere pessimisti! Avremmo avuto in Sardegna un centro che poteva svolgere attività formative e expertise in tutto il mondo. La stessa università insomma non si dimostra sufficientemente dinamica ed aperta per cogliere tutte le opportunità. Ma affinché le energie pur esistenti possano essere mobilitate con successo occorre una visione strategica, un progetto, un’idea di “dove andare”. Soru è stato capace, bisogna riconoscerlo, di proporre un disegno coerente e delle idee lucide sulla Sardegna di domani. Attualmente mi sembra che ci sia un pigro appiattimento sull’esistente. Oggi è del tutto evidente la fine di un modello di sviluppo, senza che appaia all’orizzonte un altro modello che, peraltro, se lasciamo agire senza regole gli “spiriti animali” del capitalismo, potrebbe essere l’incubo della distruzione della principale risorsa economica oggi esistente, l’ambiente. Ovviamente dobbiamo difendere l’esistente, almeno per qualche tempo, in modo da salvaguardare i posti di lavoro degli attuali occupati. Ma alla difesa dell’esistente si deve accompagnare la costruzione di un nuovo modello, che non può non basarsi, per la Sardegna, sulle energie rinnovabili e sulle produzioni connesse, dai pannelli solari agli impianti per la produzione di energia con le bio-masse, dalle biotecnologie all’edilizia bio-dinamica e all’agricoltura di qualità e biologica. La Sardegna è come un ponte al centro del Mediterraneo, può intercettare, ad esempio, una parte importante del traffico merci che proviene, attraverso il canale di Suez, da quello che già è e che ancora più diventerà il nuovo centro manifatturiero dell’economia mondiale, la Cina, l’India, il Sud-Est asiatico. E può guardare all’altra sponda, al Maghreb, che pure ha economie dinamiche e in crescita. Un’ipotesi di questo genere, tuttavia, presuppone la creazione di un ambiente sociale e umano attrattivo e questo presuppone un governo oculato del territorio e un elevamento sostanziale del sistema formativo nel suo complesso. Questo è centrale per creare quelle competenze e quelle professionalità che possano attirare l’insediamento nell’isola di imprese innovative e di centri di ricerca che funzionerebbero da traino per altre attività creando un circolo virtuoso. Ma un ambiente attrattivo è anche un ambiente pulito, sicuro, bello da vivere. La Sardegna potrebbe offrire moltissimo in questa direzione. Certo, tutto ciò sembra una fuga in avanti se pensiamo che siamo ancora tra le regioni che hanno il più alto tasso di evasione dell'obbligo scolastico. Parliamo cioè di licenza media inferiore, non di alta formazione. Se aggiungiamo che le Università sarde vivono un momento di grande difficoltà a causa dei tagli ai fondi di provenienza statale e alla parallela carenza di fondi che possano provenire dalle imprese situate nel territorio, il quadro non è certo roseo. Per accelerare la costruzione di un nuovo modello di sviluppo ci vuole in primo luogo un’idea di progetto – che dovrebbe almeno nelle grandi linee avere un respiro ideale e politico da accomunare tutte le forze politiche e sociali della regione. E ci vuole un po’ di tempo. Purtroppo, l'orizzonte temporale del politico che amministra, nella migliore delle ipotesi, ha la durata di una legislatura, durante la quale si fa tutto il possibile per garantirsi la rielezione. E qui si apre la gara (poco seria e poco morale) a chi fa le promesse più esagerate. Ecco spiegato il senso che hanno le promesse come la famosa “telefonata a Putin” che Berlusconi avrebbe fatto per risolvere tutti i problemi di Portovesme. Di fronte di un’analisi seria del contesto socio-economico, siamo di fronte a vere e proprie carnevalate, alle quali purtroppo più di uno ha creduto e crede. Come vede lo scenario sociale e politico italiano? Il tessuto sociale come vive questa fase? Che tipo di contributo apporta? C'è un disfacimento di quello che è stato nei 40 anni del dopoguerra il tessuto valoriale e etico condiviso dai due grandi blocchi, quello cattolico democristiano da una parte, e quello comunista dall'altra. Nella realtà, al di là della contrapposizione politica, queste due aree condividevano le regole della vita quotidiana, basate su un sistema di principi di solidarietà sociale che oggi non è più riscontrabile. I partiti adempivano a una funzione di “educazione alla socialità” che oggi non è svolto più da nessuno. I partiti politici si sono dissolti come luoghi di vita civica, e le gerarchie ecclesiastiche stanno attraversando una fase in cui sembra rivolgano la propria attenzione ad alcuni temi di principio, ma rinunciano a dare indicazioni “morali” alla comunità su temi molto più concreti quale potrebbe essere ad esempio l'obbligo anche morale, oltre che civile, di pagare le tasse, la cui evasione è un crimine collettivo. Fermo restando che l'insofferenza alle regole fa parte dei tratti culturali tipici italiani, tratti che vengono da lontano (chi non ricorda l’invettiva di Dante, “Ahi serva Italia di dolore ostello, nave sanza nocchiero in gran tempesta, non donna di province ma bordello” – fino alla più scherzosa “Terra dei cachi” di Elio), siamo un paese al quale buona parte degli altri paesi occidentali guardano come a una stranezza, forse talvolta simpatica, ma incomprensibile. Siamo il “Paese del pressappoco”, come lo definisce amaramente Raffaele Simone. Parliamo dell’agire politico nel nostro contesto territoriale. A partire dal dopo-alluvione, a cavallo tra 2008 e 2009, abbiamo avuto un significativo sviluppo di forme associative e movimentiste civiche che a vario tipo si interessano dell’amministrazione pubblica e che portano l’istanza di un nuovo modus operandi, sganciato da logiche partitiche. Queste entità sono spesso vissute con disagio dalla classe politica che opera nei partiti tradizionali, come dimostrano diversi episodi occorsi nel 2009. Come si può leggere questo fenomeno? Non è un caso che quel po’ di dibattito politico vivo e reale che ancora esiste oggi è in larghissima misura fuori dai partiti. Anche in questo caso siamo in presenza di una transizione tra una partecipazione politica che si realizzava all’interno delle organizzazioni direttamente o indirettamente politiche (le sezioni del PCI e della DC, le ACLI, l’Azione cattolica, l’ARCI, i sindacati, eccetera) e un mondo nel quale la rete, il web, costituiscono la forma che si avvia a essere dominante di informazione e di partecipazione. I partiti, purtroppo, non sono più se non in modo ridottissimo, uno strumento di partecipazione e dibattito e Internet è ancora usato da un numero di utenti che, seppure in crescita, è ancora minoritario nella popolazione complessiva. Ma credo che si sia ancora una grande voglia di partecipazione, di politica nel senso nobile del termine. Il fatto stesso che ci sia stato uno straordinario sviluppo del volontariato dimostra che non è vero che i giovani non vogliano impegnarsi nel sociale, ma è vero piuttosto che non trovano nella politica gli spazi per poterlo fare. A mio parere, il moltiplicarsi di nuovi spazi di azione politica autogestiti e spesso critici verso la politica tradizionale è un segnale fortemente positivo. In questi spazi, naturalmente, c’è un orientamento, una scelta di campo (voi di Demos non mi sembrate certo berlusconiani!), uno schierarsi a destra o a sinistra (come scriveva Bobbio, una “destra” e una “sinistra” sono ancora chiaramente distinguibili come visione del mondo e progetto per il futuro), ma non c'è un'identificazione con la forma-partito. E' una forma di impegno civile assolutamente positiva per proporsi di affrontare i problemi della collettività. Ma in un contesto come quello in cui viviamo, con questa scissione tra il livello “micro” e quello “macro”, nel quale si realizzano le dinamiche economiche realmente vincolanti, quale è lo spazio per una azione amministrativa del Comune che miri a obiettivi realmente raggiungibili e non velleitari o demagogici? Credo sia necessaria una vera e propria rivoluzione culturale. Le amministrazioni locali sono spesso tentate da iniziative di immagine, che fanno parlare del Comune, del Sindaco e della Giunta di quel Comune, che si tratti di un gemellaggio tra comuni, della partecipazione a qualche progetto dell’Unione Europea o a qualche manifestazione culturale-sportiva di rilievo extra-comunale. Niente di male a fare queste cose, ma l’amministrazione locale dovrebbe anzitutto occuparsi dei problemi “terra terra” del cittadino, della gestione idrica, delle buche nelle strade, della cura degli spazi pubblici in cui i cittadini possano incontrarsi, dei servizi e della loro qualità. Dovrebbe “stupire” il cittadino, attivandosi perché la lampadina fulminata di un lampione venga sostituita al più presto, perché un’aiuola distrutta venga ripristinata nel più breve tempo! Capoterra, certamente, presenta difficoltà intrinseche legate alla orizzontalità dell'urbanizzazione sul territorio, per cui è più difficile (e costoso) pensare a una struttura di servizi che possano essere comodi per tutti gli insediamenti presenti nel territorio comunale. Ma anche in questo caso, credo sia decisivo un cambio di atteggiamento mentale rispetto alla qualità della vita dei cittadini. I quali non sempre sono senza colpe, ma l’istituzione Comune deve assumere anche il compito morale di “educare” i cittadini stessi con la partecipazione. Ci vuole davvero un’attenzione costante al miglioramento, né più né meno di quanto avviene nelle aziende private che si confrontano in concorrenza sul mercato. Faccio qualche esempio: primo, il trasporto urbano interno, il bus-navetta. Probabilmente sarebbe molto più usato, lasciando a casa il mezzo di trasporto privato, se avesse tempi di percorrenza ragionevoli. Ma se devo fare il giro di tutte le lottizzazioni per raggiungere un luogo che dista uno o due chilometri in linea d’aria tendo a non prenderlo in considerazione. È veramente impossibile migliorare il servizio? È pensabile una campagna di pubblicità per incrementare l’uso del mezzo pubblico? Naturalmente lo stesso ragionamento può essere fatto per le linee che raggiungono Cagliari. È impossibile pensare a un servizio più personalizzato e naturalmente anche un po’ più caro (con posti a sedere prenotati, con linee no-stop, eccetera)? Secondo esempio: Capoterra ha l'esperienza altamente positiva dell'implementazione del sistema di gestione dei rifiuti: è stata un'ottima cosa, ma può sicuramente essere ancora migliore. Penso a quanto avviene in altri comuni all’avanguardia con la raccolta differenziata. I sacchetti, ad esempio del “secco”, sono dotati di un codice a barre abbinato all'utenza, il che permette di registrare le quantità di rifiuti conferite dal nucleo familiare e calcolare la tariffa TARSU in proporzione ai rifiuti effettivamente prodotti dall'utenza, piuttosto che in proporzione ai mq della proprietà. Questo sarebbe un meccanismo premiante per i più virtuosi, da inserire in una adeguata campagna di sensibilizzazione e ad altri interventi, come ad esempio l'eliminazione delle stoviglie usa e getta dalle scuole dotate di mensa. Un messaggio del tipo “Capoterra che ricicla è più bella”, per intenderci. A nostro avviso alcune delle tendenze del contesto socio economico locale “esplose” negli ultimi anni erano già individuabili da una lettura attenta dei dati ISTAT di 30 anni fa che lei studiò ne “La dimensione locale”. Ad esempio, la riduzione della numerosità media delle famiglie poteva essere il segnale che in un immediato futuro nuclei familiari più piccoli composti da coniugi entrambi lavoratori avrebbero avuto la necessità di servizi di supporto nella cura dei figli? Tra l’altro questo tipo di servizio è stato progettato e realizzato nel vicino comune di Assemini con appalto pubblico… Assolutamente sì, si tratta proprio di questo. Questo è un esempio di problema di gestione che è sicuramente affrontabile da una amministrazione. Il punto fondamentale è sempre un'analisi attenta della situazione di partenza. La nostra realtà è nata in modo spontaneo, quasi caotico, non è il frutto di una progettazione urbanistica. Circa il 50% dei residenti (le “lottizzazioni”) vivono in un modello insediativo particolare, lo definirei di tipo anglosassone, non molto diffuso in Italia. Preso atto di questo, questa realtà può diventare un centro ambìto di residenza a patto che crei una corposa offerta di servizi ai residenti. Per superare la trappola del “quartiere dormitorio” bisognerebbe creare in loco tutti quei servizi che rendano appetibile per i cittadini “vivere” il territorio capoterrese. Un insediamento di questo tipo sviluppa una domanda elevatissima di servizi di manutenzione della casa, che vanno dal giardinaggio all'impiantistica. Potrebbe essere un ottimo mercato per piccole cooperative di manutentori polivalenti, ma in realtà oggi questo settore viene “soddisfatto” da secondi lavori e attività in nero che hanno ricaduta economica minima, o da soggetti economici di Cagliari. Questo è anche un discorso economico, un incremento nella qualità della vita porterebbe anche, ad esempio, un incremento della valutazione delle proprietà immobiliari. Creare un ambiente migliore, più bello, facilita la creazione di attività di impresa in loco che possano magari andare a soddisfare le esigenze che esistono nello stesso territorio capoterrese. La manutenzione delle infrastrutture esistenti è un problema purtroppo tipico dell’Italia, con picchi in Sardegna e anche a Capoterra; la cultura della manutenzione – se giriamo un po’ il mondo possiamo facilmente accorgercene – è un segno di civiltà, costa meno alle amministrazioni che non rifare dall’inizio un’opera, crea occasioni di lavoro continue. Noi abbiamo dei veri e propri obbrobri a Capoterra, a partire dalla strada di accesso al paese dalla 195: cunette piene di rifiuti di ogni genere, cartelloni piegati dal vento o sfondati e mai rimossi, cumuli di detriti e ruderi. Se adeguatamente ripulita, con qualche area verde collaterale, con qualche cartello che illustra lo skyline, ossia il panorama montano (indicando i nomi delle località meritevoli di una visita), sarebbe più piacevole percorrerla e si potrebbe incuriosire i turisti di passaggio verso altre mete invogliandoli a visitare il territorio. Tra i “dati di fatto” del territorio capoterrese annoveriamo sicuramente i condomini e le comunioni. Considerando le difficoltà dei condomini nell'affrontare gli eventi straordinari che vanno oltre l'ordinaria amministrazione dei servizi è una realtà di cui pensare un futuro superamento? Il problema è molto complesso, e sicuramente la valutazione è legata alla quantità delle strutture e servizi che un quartiere detiene in regime di condominio. Direi che dove il condominio è limitato a pochi servizi, come ad esempio la sola gestione idrica, si potrebbe pensare a un superamento. Il condomino è anche un'esperienza che può contribuire a tenere irrisolti i problemi nel corso del tempo, per incapacità di raggiungere decisioni condivise. Certamente una buona amministrazione dei servizi pubblici gestita dal solo Comune semplifica la vita del cittadino, che ha un solo referente per quanto riguarda spese, tributi e gestione. Se ne è discusso di recente anche in Consiglio comunale, secondo lei Il nostro è un territorio che ha grosse potenzialità turistiche? No, non credo, non nel senso del turismo “vacanziero”. Non è pensabile che con il turismo si possa trasformare l'economia capoterrese. Ci sono degli aspetti positivi, la Maddalena Spiaggia è stata recuperata e oggi ospita bagnanti che arrivano anche da Cagliari, ma anche qui, la macchia di verde non è manutenuta, è un ricettacolo di spazzatura. Questa è una costante. Un cosa per cui Capoterra potrebbe candidarsi è il turismo congressuale, soprattutto. Si potrebbe immaginare una struttura ricettiva orizzontale dotata di parco, ad esempio. Il turismo congressuale è destinato a crescere in futuro. Capoterra non è concorrenziale rispetto alle bellezze naturalistiche marittime vicine (Pula, Chia), ma diventa interessante in considerazione della posizione ottimale del paese rispetto a porto e aeroporto. Qualche potenzialità c'è nelle montagne, ma anche qui sono estremamente carenti i “servizi”: le indicazioni, i sentieri, dei capanni utilizzabili per i potenziali escursionisti. Questo probabilmente anche perché il territorio montano sconta il controllo che storicamente vi ha esercitato il bracconaggio. Lo stesso stagno adiacente il Rio Santa Lucia potrebbe essere valorizzato e pubblicizzato come percorso escursionistico in canoa, ad esempio, ma per fare questo l’area dovrebbe essere ancora una volta ben mantenuta e curata (l’idea di Professor Bottazzi è in sintonia con quella espressa dalla Coop Su Castiau. NDR). Complessivamente direi che non si tratta di un potenziale turistico da grandi numeri, ma sono comunque attività che possono avere una qualche ricaduta sul territorio. Riordinando i vari punti che abbiamo toccato, su cosa si dovrebbe fondare una “buona” attività amministrativa? Il principio fondamentale per migliorare il territorio è sempre lo stesso: avere una prospettiva. Accanto alla gestione trasparente e attenta dell'esistente, deve esserci la capacità di immaginare il futuro. Come dovrebbe essere Capoterra tra 20 anni? Come vorremmo che fosse? Potrebbe essere un enorme giardino, un territorio invitante e appetibile, ricco di servizi di qualità, a pochi minuti di distanza dalla città, dal porto e dall’aeroporto. Ecco, direi che questa potrebbe essere una prospettiva da perseguire.
Trackback(0)
|