| Alluvione, morti per negligenza. Il Sindaco tra gli undici indagati. |
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| Categoria: Ultime Notizie | |||
| Scritto da Stampa Locale Martedì 25 Maggio 2010 13:25 | |||
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Accuse a Marongiu per non aver chiuso le strade e a Calvisi,capo della coop di Poggio
Le strade avrebbero dovuto essere impercorribili, dopo l'allerta meteo proveniente da Roma. Invece erano aperte. I corsi d'acqua, monitorati dalla Forestale, ma questi non erano stati nemmeno avvisati. Un ponte - quello sulla 195 - non doveva nemmeno esistere, e invece ci crollò divorata dall'onda in piena una maestra, Annarita Lepori. Senza gli errori dell'uomo l'alluvione del 22 ottobre 2008 forse non avrebbe causato quattro morti. Sono le conclusioni della procura e del Nucleo investigativo della Forestale, che hanno chiuso le indagini sull'alluvione su 11 persone, tra cui il sindaco di Capoterra
Giorgio Marongiu, sotto accusa per omicidio colposo, inondazione e omissione in atti d'ufficio. E poi Sergio Virgilio Cocciu, progettista e direttore dei lavori, Raffaella Serra, Antonio Deplano, tutti del Genio civile, Giampaolo Cillocu, responsabile della sicurezza della Cooperativa "Poggio dei Pini", Giovanni Calvisi, presidente della coop, Sergio Carrus, funzionario della Protezione civile: sono indagati per la morte di Antonello Porcu e Licia Zucca, travolti dall'onda del Rio San Girolamo mentre cercavano di salvarsi percorrendo la strada tra “Pauliara” e “Sa Birdiera”, a valle dell'invaso laghetto artificiale di Poggio, quel ponte perpendicolare al canale di scolo realizzato in maniera difforme rispetto al Piano Urbanistico generale.
Quel tratto di strada è stato ricostruito allo stesso modo nonostante nell'alluvione del '99 fosse crollato in maniera identica. Il ponte ha fatto da diga e ha bloccato il deflusso delle acque nel rio San Girolamo. L'ingegnere Cillocu e Calvisi non hanno dotato il laghetto artificiale da loro gestito di un sistema di allarme e non hanno vigilato sul livello delle acque. Al sindaco i pm Daniele Caria e Guido Pani addebitano la mancata chiusura delle strade dopo l'allarme meteo diramato dalla Protezione civile via fax e con sms, trasmessi la sera prima del nubifragio. E nonostante il suo Comune fosse colpito da eventi simili da almeno 25 anni. Carrus era in turno quel 21 ottobre 2008. Avrebbe dovuto trasmettere l'allarme anche alla Forestale di Capoterra che avrebbe dovuto monitorare il livello dei corsi d'acqua e garantire quel controllo che è mancato. Due comportamenti, quelli di Marongiu e Carrus, che hanno consentito di lasciare incautamente aperte le vie di comunicazione, dove automobilisti ignari sarebbero passati di lì a qualche ora, come Porcu, l'ingegnere della Asl che cercava di portare in salvo la suocera Licia Zucca. Per la morte di Annarita Lepori, trascinata dall'onda del Rio San Girolamo mentre era in auto sulla 195, le presunte responsabilità sono attribuite sette persone: oltre al sindaco Marongiu, a Carrus e a Cocciu, sono indagati Giambattista Novella, responsabile del settore Opere idrauliche del Genio, che aveva rilasciato un'autorizzazione di sistemazione di Rio San Girolamo, che aveva ricevuto il parere positivo da sindaco e dal responsabile dei lavori pubblici del Comune, Italo Deiana: avrebbero realizzato il ponte al chilometro 12 della 195 sul rio, ponte che secondo il Piano di assetto idrogeologico andava addirittura demolito: era una zona di massimo rischio con possibilità di perdite di vite umane. Sotto inchiesta anche Ettore Corongiu, amministratore della Edicor, Enrico Montaldo, direttore dei lavori. Tutti tranne Carrus sono accusati anche per la morte dell'anziana Speranza Sollai, travolta nel suo letto, e del reato di inondazione. Fonte: Giornale di Sardegna Da L'Unione Sarda: Tra gli indagati anche il primo cittadino Giorgio Marongiu. «Non mi sento colpevole e ho piena fiducia nell'operato della magistratura «Un sindaco non è responsabile di tutto» Martedì 25 maggio 2010 .
Una valanga d'accuse pesante come quella montagna d'acqua finita su Capoterra e ancora di più su Poggio dei Pini la mattina del 22 ottobre del 2008. Undici indagati per le vittime dell'alluvione. Un elenco di nomi che comprende anche il sindaco Giorgio Marongiu. In qualità di autorità locale di protezione civile, coordinatore delle operazioni di prevenzione e soccorso, non avrebbe interdetto il transito sulla 195 nonostante l'accertata pericolosità di quel tratto di strada, anche in relazione all'allarme meteo per rischio idrogeologico ricevuto dalla protezione civile nazionale tra le 18,10 e le 18,26 del 21 ottobre. Sua, inoltre, la colpa, sempre in qualità di responsabile locale di protezione civile, di aver rifiutato indebitamente un atto del suo ufficio che, per ragioni di sicurezza e sanità pubblica doveva essere invece compiuto senza ritardo. In quei sedici minuti di un pomeriggio che non preannunciava nulla di buono e in cui arrivò l'annuncio della Protezione civile di Roma sul peggioramento delle condizioni meteorologiche, Marongiu non aveva neppure - secondo il pubblico ministero Guido Pani - tenuto conto dei precedenti e reiterati eventi alluvionali a Capoterra negli ultimi venticinque anni. Ieri pomeriggio Giorgio Marongiu non aveva granché voglia di parlare. «Il sindaco evidentemente è responsabile di tutto. Anche delle questioni meteorologiche. Sia chiaro, non voglio fare polemica e ribadisco la piena fiducia nell'operato della magistratura». In sintesi, davanti al giudice e soltanto al giudice, Marongiu si difenderà dalle accuse. Dalle presunte colpe di negligenza, di imprudenza e imperizia. Perché quel maledetto pomeriggio, via sms, l'allarme meteo arrivò eccome sul cellulare del sindaco e via fax in Municipio. Un “allarme meteo moderato” che annunciava rischi e rovesci. Dovevano finire sulla terra tra i venti e i sessanta millimetri di pioggia nelle ventiquattro ore successive, ma il tempo, quel 22 ottobre di due anni fa fece davvero le bizze. Come non mai, come mai era accaduto prima nonostante su Capoterra e lungo la fascia sud occidentale della Sardegna, fino a Domus de Maria (come pure su Assemini, Uta, Decimomanu, Siliqua) negli ultimi anni le alluvioni si erano ripetute con drammatica puntualità e vicinanza. Non venti, non sessanta millimetri. Ma l'acqua scaraventata dal cielo in pochissime ore raggiunse i 460 centimetri su Capoterra e 370 su Poggio dei Pini, determinando il disastro, spazzando ponti e sui ponti e dentro le case uccidendo. Sulla traversa di Pauliara, a Poggio dei Pini. In una villa di san Girolamo investita dall'onda di piena. Sulla Sulcitana, nei pressi del ponte Anas. Una cascata di pioggia che cadde su Capoterra e che gli esperti, nei giorni successivi l'alluvione, paragonarono a quella prodotta dall'uragano Katrina. Una cella temporalesca - per dirla con i meteorologi - che si formò la notte tra il 21 e 22 ottobre sui monti di Capoterra, verso le tre e mezzo del mattino. Alle 3,50 venne segnalata per la prima volta dal radar. Una pioggia intensa scendeva su Is Pauceris e su Santa Barbara, sopra Poggio. Ma non pioveva sulla costa dove invece soffiava un vento di scirocco. Ventuno i gradi di temperatura e ottanta per cento di umidità. Un congegno ad orologeria destinato a esplodere. E così avvenne. Allarme meteo moderato. Ben altro stava accadendo nel sud della Sardegna, su un'area “piccola” e circoscritta. Un temporale simile a quelli tropicali che fanno strage e diventano piogge assassine. Come a Capoterra quella mattina del 22 ottobre 2008. fonte: ANDREA PIRAS
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| Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Maggio 2010 16:11 |












