| L'alluvione? Era prevedibile |
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| Categoria: Speciale Alluvione | |||
| Scritto da Amministratore Giovedì 02 Aprile 2009 18:35 | |||
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Interessantissimo articolo apparso sul quotidiano L'Unione Sarda di oggi. A parlare è Antonio Franco Fadda, presidente dell'Associazione regionale geologi, che racconta le inutili segnalazioni snobbate per anni dalle autorità.
I geologi: il nostro allarme fatto cadere nel vuoto. Parla il presidente regionale dell'ordine dei geologi. Inascoltati anni di allarmi sul dissesto idrogeologico. «I disastri non sono frutto del caso». Il caso Protezione civile: nessun piano di evacuazione. Ormai si parla apertamente di un ciclone. Pare assodato che l'alluvione di Capoterra sia la conseguenza di un fenomeno meteorologico simile a quello che periodicamente sconvolge le regioni tropicali. Siamo di fronte a un mutamento climatico provocato dalle attività umane o è un ripetersi ciclico di eventi già conosciuti? La questione è ancora dibattuta ma, quando i disastri provocati dalla piena sono ancora sotto gli occhi di tutti, questi discorsi possono sembrare inutili dispute accademiche. Forse è più opportuno soffermarsi sul dissesto idrogeologico. Per Antonio Franco Fadda, presidente dell'Associazione regionale geologi, «occorre sforzarsi per ricostruire le dovute connessioni sulla base delle quali si ritiene che l'evento del 22 ottobre fosse prevedibile e quindi evitabili i danni. Occorre affrontare il problema basandosi esclusivamente su dati di fatto; a questo proposito, può essere utile iniziare col ricordare cosa si è verificato nell'isola nell'ultimo decennio». Ma, ancora oggi, c'è chi parla di un evento eccezionale e imprevedibile.
«Questi fenomeni sono storicamente noti e sono disponibili dati che dimostrano in maniera chiara come l'evento del 22 ottobre 2008 abbia precedenti che gli addetti ai lavori non potevano e non dovevano trascurare. Bisogna dire basta all'abitudine di guardare con fatalismo al ripetersi di questi fenomeni, come se non esistesse la consapevolezza o non si voglia accettare il fatto che all'origine di danni e dissesti vi sono colpevoli omissioni nello studio e nella gestione del territorio». Dobbiamo parlare di colpevole inerzia? «I dati sono chiarissimi: i disastri non sono dovuti al caso o al clima impazzito, ma a fenomeni ben conosciuti, per i quali sono stati ripetutamente sollecitati interventi adeguati». È un lassismo difficilmente comprensibile. «C'è la tendenza diffusa a dimenticare presto gli eventi e, probabilmente, le responsabilità non s'individuano anche perché le carenze e le omissioni sono diffuse a livello scientifico, tecnico e amministrativo. Non si capirebbe altrimenti perché tendano a prevalere la tesi secondo le quali gli eventi di questo tipo non siano prevedibili quindi non sia possibile studiare le soluzione e, quindi non esistano colpe». Paga sempre la Natura. Infatti, si è parlato di fiume assassino «Il risultato è che non si approfondiscono le cause del problema e non s'individuano gli interventi risolutivi sempre promessi a gran voce nel momento di massima attenzione dell'opinione pubblica; gli stessi invece, quando cade la tensione, sono effettuati in maniera settoriale, non organica, con fondi insufficienti, anche perché le risorse rese disponibili non sono mai adeguate alle reali esigenze». Mi pare di capire che ci sia una costante sottovalutazione del problema. «Certo, e, di conseguenza, il territorio resta esposto a gravi rischi. Ecco perché possono assumere carattere di pericolosità non solo gli eventi piovosi eccezionali, ma anche le precipitazioni poco più che normali; infatti, sono sufficienti eventi piovosi con intensità anche di poco superiori al normale per vedersi riproporre l'intera gamma delle criticità strutturali e dei problemi irrisolti. Questo accade in particolar modo nella fascia costiera orientale dell'isola». Non possiamo negare il fatto che, su questo argomento, esista un quadro legislativo sufficientemente preciso. A partire dalla legge del 1989 che disciplina la tutela del suolo e delle acque col Piano di bacino idrografico «Diciamo pure che è un compendio di geologia sensu latu che dà disposizioni per la mitigazione del rischio frana e la tutela delle acque superficiali e sotterranee. Certo, abbiamo poi la legge quadro del 1996 con la quale si detta il principio fondamentale dell'autonomia del geologo rispetto al progettista di qualsiasi opera pubblica. E ancora la legge 36 del 1994 e il decreto legislativo 152 del 1999 con i quali si stabiliscono principi fondamentali sull'uso pubblico delle acque e la tutela dei corsi d'acqua anche ai fini della stabilità idrogeologica». E in campo regionale? «Anche nella Regione Sardegna lo sforzo normativo e legislativo è stato notevole. Tuttavia non è seguita un'opera efficace e, invece, si è assistito al rincorrersi di omissioni, elusioni, aggiramenti, interpretazioni capziose; tutto ciò ha fatto sì che le leggi rimanessero lettera morta». Dimentica che nel 2005 è entrato in vigore il Piano per l'assetto idrogeologico. «No, non lo dimentico, come non dimentico che ci si attendeva molto dal Pai, ma le sue potenzialità fino ad oggi sembra abbiano promosso più effetti sulle progettazioni che sulla pianificazione. Invano abbiamo chiesto che fosse individuata una struttura capace di garantire il pieno rispetto delle Norme di attuazione del Piano e un soggetto regionale al quale affidare la sorveglianza sulle norme ai fini delle concessioni urbanistiche». Quale dovrebbe essere il ruolo del geologo in questo campo? «Enti Locali e Regione sembrano piuttosto distratti o in ritardo, specialmente per quanto riguarda il rispetto delle norme che prevedono l'opera del geologo, che in tutto il mondo è ritenuta fondamentale per la prevenzione dei disastri e dei dissesti. Quali insegnamenti ci possono venire dal disastro del 22 ottobre? «Un'altra grave carenza è stata quella della Protezione Civile; il piano regionale, presentato dalla società che si era aggiudicata l'appalto nel dicembre 2007 non è stato ancora applicato; la competenza è stata trasferita alle Province ma ai Comuni non sono stati forniti gli indirizzi per dotarsene. Se Capoterra lo avesse avuto, le aree a rischio sarebbero state individuate e le persone avvertite in maniera da permettere l'evacuazione seguendo percorsi prestabiliti e ben individuabili, le strade pericolose sarebbero state chiuse al traffico, quelle principali riservate ai mezzi di soccorso in maniera da evitare inutili ingorghi, come invece si è puntualmente verificato nei giorni dell'alluvione. Fonte: ANGELO PANI L'Unione Sarda 02/04/2009 Trackback(0)
Commenti (2)
![]() scritto da pennarossa, 03 - 04 - 2009, 12: 19 10
Sarà anche vero che il tempo sta cambiando e che le stagioni “non sono più quelle di una volta” (?), ma un fatto è certo: a livello generale manca la consapevolezza di come veramente debba essere gestito il nostro territorio e curato l’ambiente, ma soprattutto del fatto che non possiamo modificare le leggi della natura, tuttalpiù possiamo assecondarla o, per quanto possibile, prevederne gli eventi.
I nostri antenati queste cose le sapevano benissimo per esperienza. Conoscevano la forza della natura per avere sperimentato sulla propria pelle le conseguenze degli eventi alluvionali e il dolore della perdita. Non avevano bisogno di elaborati progetti di pianificazione territoriale per sapere che dentro il letto di un fiume non si costruiscono le case e che, anche se il fiume non scorre da anni, quello è il suo spazio e prima o poi se lo riprenderà. Cioè vi era la consapevolezza del potere della natura e questa era una realtà quotidiana. Oggi il mondo è cambiato, ma sulle cose della natura non abbiamo niente da inventare, solo attingere da quell’esperienza e sforzarci di imparare da quello che altri hanno già vissuto e che ci hanno trasmesso per millenni. Scrivi commento
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| Ultimo aggiornamento Giovedì 02 Aprile 2009 19:12 |














Qui bisognava dotarsi di strumenti adeguati in grado di contenere l'impatto sul nostro territorio, ed invece nessuno ha fatto nulla apparte il consorzio di bonifica che ha realizzato i canali di guardia.
Nessuno ha mai pensato ad un sistema di monitoraggio delle acque piovane e dei bacini idrici presenti sul nostro territorio.
Nessuno ha mai pensato ad un progetto di rivalutazione della capienza dei nostri bacini e corsi d'acqua.
Nessuno ha mai pensato ad un progetto per potenziare con mezzi e apparecchiature adeguate i numerosi corpi di Protezione Civile presenti a Capoterra con tanto di piano di evaquazione.
Come nessuno in 40 anni ha mai pensato che forse e finalmente arrivata l'ora di dare a Capoterra un piano urbanistico comunale degno di Capoterra con un riassetto idrogeologico del territorio che impedisca scuole costruite sui canali, centri sportivi e quant'altro.
Basta scempi sul territorio, basta morti innocenti!
E ora che vi togliate il prosciutto dagli occhi!
E ora di mettersi a lavorare seriamente per Capoterra Destra e Sinistra " INSIEME ALLA GENTE!! Ricordate che siete nostri dipendenti al servizio di Capoterra!
Le alluvioni non arrivano ogni 5 anni come la cometa di bethlemme, rendiamoci conto che il clima sta cambiando e le cose peggioreranno sempre di più.