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 Al fianco di Guido Bertolaso, il governatore Renato Soru annuncia gli interventi della Regione per aiutare le famiglie di Poggio dei Pini e San Girolamo, messe in ginocchio da un alluvione senza precedenti: è il 23 ottobre 2008, lo scenario è il municipio di Capoterra. L’impressione generale, compresa quella di Bertolaso, è che all’origine del disastro sia la scelta assurda di costruire centinaia di case lungo l’alveo e sulla foce del rio San Girolamo. Forse Soru dimentica che una delibera della sua giunta e firmata da lui stesso il 26 aprile 2006 indica come area esclusa dal rischio idrogeologico il novanta per cento dei territori trasformati dall’alluvione in un deserto di fango.
E’ sorprendente eppure è così: nell’ultima perimetrazione delle aree a rischio di inondazione gli autori del Pai - piano stralcio di bacino per l’assetto idrogeologico - i terreni lungo il fiume e la superficie della foce che contiene la lottizzazione ‘Frutti d’Oro due’ non sono compresi. Sono fuori, per i geologi che hanno elaborato lo studio non correvano alcun pericolo e ancora non ne corrono, considerato che quello studio è ancora in vigore. Quelle aree non erano esposte al pericolo di inondazione malgrado fossero uscite gravemente danneggiate dai nubifragi del 1999, del 2003 e del 2004. Come sia andata poi, nel 2008, è sotto gli occhi di tutti.
L’ agglomerato di San Girolamo, nato col piano di fabbricazione del 1969, le villette di ‘Frutti d’Oro due’: tutto spazzato dalla forza immane dell’acqua, 370 millimetri di pioggia venuta giù in poche ore. Fango, detriti, devastazione dov’erano due comunità popolosissime e tranquille. Ora il Pai, invocato dagli amministratori locali e considerato una specie di bibbia da utilizzare per le scelte edificatorie, è finito all’attenzione dei pubblici ministeri Daniele Caria e Guido Pani, titolari dell’inchiesta per omicidio colposo aperta subito dopo il disastro di Capoterra. Nella relazione del nucleo investigativo del Corpo Forestale, un lavoro di straordinaria precisione e livello di approfondimento, la verità - denunciata più volte anche da abitanti di Poggio dei Pini nel blog della comunità - salta fuori in tutta la sua imbarazzante chiarezza: l’autorevole staff di geologi incaricato di stabilire quali fossero le aree a rischio di alluvione sembrano essersi basati sui danni provocati dai disastri degli anni 1999, 2003 e 2004.
Nessuna previsione attendibile per il dopo. Niente che potesse suggerire un intervento di prevenzione fra gli abitanti di San Girolamo e di Poggio dei Pini: nella cartografia ufficiale le due zone restano salve dalla classificazione Ri4 (rischio idraulico molto elevato) e anche dalle altre intermedie, indicate come Ri3, Ri2 e Ri1. Solo alcuni brevi tratti del lungofiume vengono inseriti fra le aree Hi1, considerate a pericolosità idraulica moderata. Secondo i tecnici si tratta di zone in cui i tempi del ritorno della piena vanno da cinquanta a cinquecento anni. Sulla base di che cosa si possano fare questi calcoli non è materia di cronaca. Ma è un fatto che l’ultima alluvione, dalla portata terrificante, si è verificata appena quattr’anni dopo l’approvazione dello studio sul rischio.
Quindi classificazione e calcoli sono risultati ben lontani dalla realtà. Ma c’è dell’altro. Nello stesso Pai - elaborato nel 2004 e approvato in via definitiva con alcune varianti nel 2006 come “norma di salvaguardia del territorio regionale da eventuali danni e dissesti” - viene segnalato come sito a rischio il ponte alto di Poggio dei Pini, quello a monte. Mentre quello a valle, letteralmente sbriciolato dalla piena - un’auto trascinata via, due morti - è considerato al riparo da eventi atmosferici, praticamente sicuro. Una valutazione che andrebbe spiegata, non solo alla luce di quanto accaduto nel 2008: nove anni prima era crollato. Certo gli svarioni commessi dai geologi sono una traccia di lavoro per la Procura, impegnata a selezionare la mole di dati contenuta nella relazione dei forestali per stabilire se esista una responsabilità umana dietro i 5 morti di due anni fa. Un lavoro difficile, considerata la stratificazione di errori che segna da decenni il territorio di Capoterra, massacrato da speculazioni e leggerezze.
Fonte: Mauro Lissia La Nuova Sardegna
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