Luigi Nioi a Poggio dei Pini visto con gli occhi di Antonella Marini

luiginioiDomenica, 25 ottobre, nella 2° giornata di "Al Mercatino delle arti e dei mestieri", abbiamo avuto il piacere di ospitare il cav.Luigi Nioi. Questo gentile signore ci ha fatto l'onore di mostrare e dimostrare un'arte antica e nobile: la lavorazione al tornio. Ringraziamo sentitamente il maestro che, con assoluta semplicità, ha voluto condividere con noi il suo sapere. V’invitiamo a leggere quest’articolo che ci aiuta a saperne qualcosa in più. Antonella Marini
All’etimo greco poiein, che esprime l’attività prerogativa dell’homo sapiens et faber di fare, plasmare creare e progettare, si lega sia l’arte del poeta, che quella del ceramista. Un tempo, ad Assemini, erano molte le botteghe di artigiani che, lavorando al tornio l’argilla alcalina di cui il territorio è ricco, producevano su strexu de terra, le stoviglie di terracotta necessarie per trasportare, cucinare e conservare gli alimenti.

“Questi” scrive l’Angius nell’Ottocento “fabbricano con qualche arte delle stoviglie grossolane…”
Nel tempo l’attività degli artigiani asseminesi si è sempre meno finalizzata alla produzione di vasellame da cucina, per orientarsi verso l’artigianato artistico, tanto da meritare alla cittadina il riconoscimento di “Città di Antica Tradizione Ceramica”. Ora, grazie alla creazione del Centro Pilota per la Ceramica, il visitatore può ammirare ed acquistare le produzioni contemporanee della ceramica asseminese, sistemate nella vasta sala espositiva di via Lazio, visitabile tutti i giorni. Ricostruire il procedere dell’oggetto della quotidianità verso l’arte equivale sopratutto, per Assemini, a raccontare la vita avventurosa di Luigi Nioi. Così, il poeta va a trovare il ceramista per ascoltare la sua storia.
Negli anni in cui la guerra rendeva discontinua la possibilità di un’istruzione, ed il cortile era la prima scuola, il piccolo Luigi assisteva affascinato al quotidiano miracolo della terra che si faceva forma tra le mani dello strexaju. Volle dialogare anche lui con la materia che suo padre Fedele preparava e dominava con la forza delle braccia, prima di accompagnarla con decisione e gentilezza nella fantastica danza del tornio. Cominciò sommessamente, modellando campanelle dai suoni diversi, piccole stoviglie e giocattoli. Il padre, scorgendo nell’operosità di quelle piccole mani la promessa di una passione vera, a sei anni lo fa sedere al tornio, quello a pedale, lento, adatto all’esigenza di fissare nella memoria i passaggi e i movimenti che legano il progetto mentale alla forma finale dell’oggetto.
A nove anni Luigi possiede un piccolo forno personale e a quattordici ha il mestiere in mano. Un giorno - suo padre è assente - si assume, con il complice assenso della madre Federica, l’arduo compito di caricare il forno grande di tutte le stoviglie pronte per la cottura: un azzardo che poteva risolversi in fallimento. Al suo ritorno il padre, vedendo lo splendente oro rosso allineato nel cortile esclama: “Bravo, sei promosso!” La possibilità – finalmente – di studiare, non lo allontana dalla sua passione, ma ad appena ventitré anni, resta solo a badare alla madre e alle sei sorelle. I progetti, fatti col padre per il lavoro comune, devono ridimensionarsi. Eppure le parole di un farmacista e chimico, amico di famiglia, che un giorno ragionava con Fedele di colori e vernici, non abbandonano i suoi pensieri. In Sardegna non esistono i colori già pronti, non si conoscono i procedimenti per realizzarli e mancano le attrezzature. Ma l’idea di aprire una strada nuova per la ceramica si rafforza in lui: il poiein diventa progetto. Luigi visita le fabbriche di colori del Continente, impara le regole della smaltatura, acquista a Deruta un forno moderno ed è pronto per le sue prove d’artista. Congeda gli operai e comincia a riprodurre oggetti di scavo, a copiare piatti antichi e ogni frammento di ceramica su cui riesce a mettere le mani. Esegue infinite prove di mescolanza dei colori per riprodurre i decori antichi delle ceramiche della nonna. Gira la Sardegna alla ricerca di argille leggere che rendano i suoi manufatti simili agli oggetti di scavo e infine i suoi studi sono coronati da successo.
È a questo punto che Luigi, mentre il legame con la sua terra riemerge con tutta la forza, opera una scelta: non copierà più, ma applicherà tutto ciò che ha imparato alle forme tradizionali della quotidianità, che appartengono alla cultura sarda, tramandate da padre in figlio. D’ora in avanti, i suoi lavori nasceranno sempre da un rapporto personale nel quale l’esigenza del cliente e la perizia dell’artefice sono stimolo l’uno dell’altra, nella creazione di un pezzo unico che non avrà eguale.
E la storia delle terrecotte diventa storia di tesori. Alla fine degli anni ’60, Luigi viene chiamato nella Costa Smeralda da committenti molto speciali, tra i quali c’è la signora Swarovski. Le sue ceramiche cominciano ad essere apprezzate in tutto il mondo e un grande personaggio come Antine Nivola vuole conoscerlo. Avviene così l’incontro che produrrà una profonda amicizia e una straordinaria collezione di oltre cento opere, modellate dal lavoro comune dei due artisti.
Intanto poco più che quarantenne riceve il cavalierato e viaggia: nel 1979 è nello Zaire con i missionari carmelitani in compagnia dell’artista P. Sciola, e insegna la ceramica ai pigmei. Dopo il 1985 nelle favelas del Brasile e, ancora, in Europa ed in Giappone. Ottiene più volte nei concorsi per tornianti i titoli europeo e mondiale, singolo e a squadre. Il suo nome diviene noto, ma come nell’arte, così nella vita, è l’amore per la semplicità che lo contraddistingue.
Vado a trovarlo e mi riceve con serena cordialità, mentre le sue mani modellano l’argilla al tornio, come hanno fatto tutta la vita. Al culmine di questa favola, nient’altro di prezioso attorno a lui a parte le sue ceramiche, gli affetti familiari, i ricordi di Antine Nivola. Tra questi, una frase che mi confida sul finire della nostra conversazione. “Ne ho viste tante di mani lavorare” disse Nivola osservandolo al tornio, “ma nessuna come le sue…” Sento un brivido d’emozione e annuisco. Nello iato tra la parola detta e quella taciuta abita un significato ulteriore, indicibile, che l’orecchio abituato all’eloquenza del silenzio sa cogliere. Dalle campanelle modellate con dita piccine tanti anni prima per sfidare l’argilla alle diverse sonorità, il fare di quelle mani aveva imparato a trasfigurare la materia in poiesis. E Nivola – poeta della materia - se ne accorse.
Di di Paola Alcioni

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